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10 Ottobre 2010

SESTO POTERE

Archiviato in: Moda, Notizie, Save the Date — cristiana @ 9:46
 

Save the date di Barbara Vitti

Sesto Potere – Sfilate di Moda / Pierre degli stilisti 12 ottobre 1986 Panorama

Una volta si arrivava al quarto potere, la stampa. Poi è esploso il quinto la televisione. E adesso? Trionfano le pubbliche relazioni. Fra i protagonisti del made in Italy ci sono anche loro. E in primissimo piano.

In passerella vanno e vengono nuove monache, lussuose maliarde, signore in drappeggio. Intorno giornalisti e buyers accorsi da tutto il mondo si affannano nella settimana non-stop della moda milanese per tener dietro al turbinio di feste , sfilate, cocktail che gli stilisti, da Armani a Krizia, a Versace, a Ferré offrono come principi rinascimentali. Soprani addirittura inaugura un suo palazzotto (ex-Campari) con cena tutti seduti. Sul New York Times, sui quotidiani italiani e sulle televisioni di tutto il mondo la grande avventura del made in Italy in questi giorni è protagonista con anticipazioni, indiscrezioni, titoli a scatola.

Sempre più complesso e sofisticato si fa il gran circo della moda. E sempre più ardua e raffinata si deve fare la regia di chi sta dietro le quinte tira le fila di questa scintillante andata in scena. Chi sono gli astuti suggeritori d’immagine, i personaggi che tutto l’anno lavorano a lustrare la fama degli stilisti, contattando i giornalisti, allestendo cocktail e pranzi, fino alle due apoteosi delle sfilate di marzo e ottobre?

Loro prima di tutto si definiscono distinguendosi: un gruppetto che fa caso a sé, sia rispetto all’estero, sia rispetto al gran carrozzone delle pubbliche relazioni italiane.

Niente a che fare quindi con il classico addetto alle relazioni esterne. Tutti diversi anche dai tradizionali uomini azienda, perché non accettano di dedicarsi a una sola impresa, ma vogliono rimanere indipendenti, con la targhetta del nome sullo studio.

Mestiere inedito, speculare al miracolo del sommerso italiano. Degli eroi del made in Italy hanno i pregi e i difetti, un concentrato di virtù artigianali e di professionalità all’americana. Creatività, elasticità e capacità di adattamento, ma anche incapacità di fissare un orario e di stabilire i confini tra lavoro e vita.

Registi occulti ma indispensabili, sono i nuovi protagonisti di una specie di calcio mercato della moda. Nei mesi scorsi gli stilisti si sono strappati i professionisti dell’immagine a colpi di centinaia di milioni. Caso più clamoroso quello di Barbara Vitti, che nel giro di un anno è volata da Armani a Valentino; a ruota l’hanno seguita Doretta Palazzi, acquisita da Soprani, ed Emanuela Cordero di Montezemolo, passata da Versace al Gft.

Un mestiere che ha sempre più appeal nella borsa valori delle professioni e che ormai può contare i suoi veterani. Ecco la storia di uno di tre personaggi nati insieme al prêt-à-porter, eroi dell’immagine tanto collaudati quanto poco conosciuti dal grosso pubblico.

Milanese a Roma

“Guardi, Villarini, che a Milano si lavora”. L’apostrofato, che per un attimo aveva osato appoggiarsi a una sedia, è un dirigente del gruppo Valentino, romano. L’apostrofante è Barbara Vitti, milanese doc, concreta e trionfante, che da qualche mese ha preso in mano le pubbliche relazioni per l’Italia del sarto più agognato dalle donne, Valentino appunto. E la frase diventata un po’ il ritornello con cui i romani prendono in giro la manageriale signora rossobruna calata dal Nord. “Anche perché” dice Vitti “in certi posti a Roma lavorano più di noi”.

Figlia d’arte (la mamma scriveva di moda), ha cominciato come giornalista, poi piano piano è scivolata nel mestiere di medico dell’immagine. Prima per l’azienda di confezioni Hettemarks, nello studio di via Zamenhof nel Ticinese a Milano, poche stanze e una gran magnolia dove in amicali conversari Barbara offriva brioches e caffè o tè e pasticcini, a seconda dell’ora. Alle amiche più intime e più frettolose veniva in soccorso anche una lavatina di capelli (nel bagnetto, a opera di una vicina parrucchiera chiamata ad hoc).

Nell’81 il salto dal popolare Ticinese alla prestigiosa via Durini, dove lavora con nove persone “come in un vero ufficio” spiega. “Teniamo persino la contabilità dei campionari”.

Cinque anni durante i quali ha corso per i colori di Armani e poi, a inizi ’86, una sfida tutta diversa, pensare all’immagine del gruppo riminese di Aldo Ciavatta, nuovo idolo dei giovani con Closet e Ball. “Dal rigore di Giorgio a questa moda informale era un bel salto” commenta. Ma lei non si è persa d’animo e ha debuttato con una bella festa di primavera a Rimini.

Anche quando si è fatto avanti Valentino Barbara ha posto una condizione: “Vengo a patto di mantenere il mio studio”. Adesso gestisce, sempre da via Durini, 34 linee firmate Valentino, dagli abiti per la boutique agli occhiali, alle penne, alle piastrelle. “Non sono una donna azienda. Io sposo al cento per cento la causa dello stilista per cui lavoro, ma voglio stare a casa mia, voglio che per venire da me suonino il campanello”.

Le sue regole d’oro? “Conoscere bene il nemico, cioè la stampa, i mezzi di informazione. Grande capacità organizzativa e grande disponibilità”. Un suo vezzo? Oggi Barbara non veste mai firmata da capo a piedi da un solo stilista, ma mischia, spesso portandosi addosso la sua storia. Capita che la camicetta sia di Versace (altro stilista per cui ha fatto la consulente), la gonna si Valentino, la giacca firmata Armani. E’ la spia di voglia di indipendenza?

Di Maria Luisa Agnese e Maria Vittoria Carloni

 

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