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16 Gennaio 2014

FUORI DAL CORO: RIMETTIAMO I PUNTINI SULLE “I”

Archiviato in: Moda, Notizie — cristiana @ 10:58
 

FUORI DAL CORO di Lucia Serlenga

Valori e disvalori. Partiamo dai primi. Abbiamo scoperto, andando a visitare il nuovo palazzo Kiton ex Ferrè, che Ciro Paone, l’ottantenne fondatore della maison napoletana apprezzata in tutto il mondo, ha voluto acquistare a tutti i costi la sede appartenuta al grande architetto della moda. Paone che viaggia in sedia a rotelle, si è battuto come un leone e ha vinto sui suoi manager contrari all’operazione. Perché? “Nutriva per Ferré una grande stima” ci ha confidato il nipote Antonio De Matteis, amministratore delegato dell’azienda. Ma non è tutto. “Qualche anno fa abbiamo acquisito il Lanificio Barbera per un fatto romantico. Mio zio in passato era stato aiutato dal padre di Luciano Barbera a superare un momento di difficoltà. Quando il lanificio biellese si è trovato sull’orlo della chiusura e del licenziamento dei dipendenti, mio zio ha aiutato il signor Luciano a tenere in piedi l’azienda. Non ha dimenticato il bene ricevuto”. Che bello, non ce ne sono tanti di uomini così. Abbondano piuttosto episodi indegni di mediocrità. E non parliamo soltanto di gente pagata milioni per risanare aziende che non vengono risanate, ma di cricche di stylist, fotografi, figli di e compagnia cantando che monopolizzano il lavoro impedendo una onesta concorrenza e intascando tanto, tanto denaro.Colpa di designer e maison che si lasciano imprigionare nelle grinfie di qualche arpia e soggiogare da bassi giochi di potere. Il peggio, però, avviene quando si decide di mandare a casa qualcuno perché in quel posto ci deve andare qualcun altro, magari più malleabile e più propenso a farsi consigliare, mai a gratis però. Altro che diavolo veste Prada.

Di recente una nota stilista che da oltre vent’anni disegnava una griffe molto conosciuta, è stata invitata a lasciare il suo posto con una mail. Non entriamo nell’intelligenza strategica del gruppo che l’ha defenestrata, ma nello stile: non si manda a casa una persona che ha dato tanto fin dalla nascita del brend, avendo lavorato con il fondatore, con un gesto così poco elegante. Nelle inutili cattedrali dello chic, avvengono cose pazzesche.

Capita pure di assistere alla gestione delle conferenze stampa, che il pierre di turno gestisca lo stilista come se fosse Obama: questa è l’ultima domanda, deve andare, è impegnato! Che dire poi di quelli che pretendono di darti sempre consigli su cosa vedere o non vedere fra gli stand di un salone. Se ti permetti di osservare che non ci sono novità e che forse andrebbe fatto di più, apriti cielo: sei tu che non hai girato abbastanza e non hai scoperto i nuovi talenti. Fino a prova contraria è il giornalista che dovrebbe cercare il nuovo e se non lo trova, pazienza per gli organizzatori: accettino la critica.

C’è poi la mania di organizzare eventi che non sono tali: perché? L’unica spiegazione sta nel fatto che alcune persone devono spillare soldi, fare cassa, e quindi propongono alle aziende cose di cui non frega nulla, ma veramente nulla, a nessuno. Una vera perversione. Mai grande come quella che prende alcuni imprenditori e stilisti quando sono stati oggetto di una recensione positiva. T’incontrano e dicono a voce alta: ”Brava, sei veramente brava!”. Realmente lo sono, risponderesti volentieri, ma non siamo a scuola, non ho bisogno di voti. Del resto siamo tutti bravi tranne quando muoviamo delle critiche.

Certo i giornalisti non possono scagliare la prima pietra, dovrebbero anche loro farsi un esame di coscienza. Come si fa ad affermare che lavorando per un grande quotidiano, non puoi girare negli stand di una manifestazione con altri colleghi che magari conoscono il settore da oltre trent’anni e non si sognerebbero mai di copiarti? Inutile presunzione e stupidità senza pari. Capisci poi perché chi si è fatto strada con la desueta storia del famolo strano – scrivere pezzi che passano per critica di alto livello ma in realtà incomprensibili e farraginosi – chi con la penna farnetica. Di fronte a certi pezzi daremmo qualsiasi cosa per sapere cosa ne pensano davvero i lettori e non i quattro invasati del fashion system che esaltano critici da strapazzo solo per dare l’impressione di saperne più.

Eppure la moda italiana, come ha detto Armani, è una cosa seria. Si meriterebbe rispetto. Così alla fine delle sfilate di Milano, dove si sono viste collezioni valide e altre salire inutilmente sul podio, giovani di talento come Massimo Giorgetti e altri portati a torto alla ribalta perché chi li ha segnalati ha preso una cantonata, gente vestita in modo civile e altri strappati a una parata di carnevale, troviamo che le emozioni più belle ce le abbiano regalate due aziende napoletane.

Oltre a Kiton, una menzione speciale merita la cena organizzata da Isaia, l’azienda che ha portato a Milano, per clienti italiani e stranieri, la stellata cucina di Gennarino Esposito e due deliziosi musicisti che hanno deliziato gli ospiti con le eterne canzoni napoletane. Che classe oltre i vestiti.

E’ tempo di rimettere i punti sulle i. Per questo a Jane Reeve, nuovo amministratore delegato della CNMI, chiediamo di usare la mannaia, se necessario, per riportare fra le buone abitudini, il fare con passione e onestà. Guardata in questi giorni come l’elefante al safari – tutti si domandavano come sarà, cosa farà, chi manderà via – la signora per ora dice solo l’indispensabile. “A me sembra una lady di ferro con tante gatte da pelare. Le chiedo di fare il suo mestiere in modo serio” ha dichiarato Armani. A cominciare, diciamo noi, dall’amministrare con oculatezza i denari, 6 milioni di euro, che dovrebbero arrivare, secondo quanto annunciato dal presidente Mario Boselli, dal governo a favore di Milano e della sue attività collegate alla moda e al design in vista dell’Expo 2015. Trattasi di soldi nostri, di tutti noi. Anche i cittadini sono una cosa seria.

 

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