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27 Gennaio 2014

PARLA L’ESPERTO

Archiviato in: Auto, Notizie — cristiana @ 9:02
 

LO “OFFROAD” QUOTIDIANO

di Carlo Sidoli

E giù tutti a scatenarsi contro i “macchinoni” con le ruotone (4×4, SUV, CUV, MPV che siano), con la trazione integrale, permanente o inseribile, con la soglia così alta che ci vuole uno sgabello per salire e una fune per scendere. Esaltati! Esibizionisti! Peggio ancora se alla guida sono donne (come spesso accade) che sognano il safari in Africa e si muovono tuttalpiù su tragitti casa-scuola-ufficio! Poi arriva un inverno quasi serio come questo che stiamo vivendo, piove addirittura per qualche giorno di seguito, cade persino un po’ di nevischio in pianura e improvvisamente scopriamo che, grazie al livello di manutenzione del manto stradale e della qualità delle sue riparazioni fatte oggi e disfatte domani, effettivamente quelle maledette macchine da esploratore della domenica se la cavano molto meglio delle altre: passano sopra le buche senza sprofondare e sopra i detriti rotolati dal ciglio della strada senza sbandare. Superano senza difficoltà i torrenti che attraversano la carreggiata; riescono a parcheggiare nelle aree di sosta ridotte ad acquitrini; non devono andare a sostituire cerchioni e pneumatici danneggiati dai colpi, per non parlare degli altri organi delle sospensioni o dello sterzo. Probabilmente chi ha comprato tali semi-fuoripista non l’ha fatto pensando a questi vantaggi, ma non ci sarebbe da meravigliarsi se un domani, tra gli argomenti di pubblicità comparisse anche quello relativo alla percorribilità della “strada dissestata all’italiana”, certamente rilevante dal punto di vista economico e della garanzia della “mobilità totale” (Total Mobility). Complimenti particolari a quelle municipalità che hanno cercato e cercano di ostacolare in tutti modi la circolazione di questi “Crossover” imponenti nell’ambito del loro territorio. Sicuramente il loro fondo stradale gode di una regolarità invidiabile ed è oggetto di una manutenzione ineccepibile. Altrove, cioè quasi dappertutto, ogni viaggio si trasforma in una specie di “percorso di guerra” per cui, a suo tempo, durante la Seconda Guerra Mondiale, furono progettate e costruite le Jeep: un marchio americano (oggi della Chrysler e dunque anche Fiat) che deriva dal modo di pronunciare in inglese le iniziali G P dell’autentico nome del modello originale che era “General Purpose”: un veicolo che va bene per tutto e dappertutto. Quattro cilindri, 2,2 litri di cilindrata, tre marce, velocità fino a 100 km/h, trazione integrale inseribile a mano, 40 kW (54 cv) di potenza massima e una tonnellata circa di peso, alimentazione a benzina (ma digerivano di tutto) le Jeep furono addirittura paracadutate e non risulta che se ne distruggessero molte durante l’atterraggio: le sospensioni con molle a balestra assorbivano l’impatto di un contatto tra ruote e suolo che avveniva a velocità dell’ordine di 5 metri al secondo. Con piccole trasformazioni le Jeep potevano diventare anfibie o sostituire le ruote gommate con altre compatibili coi binari del treno e viaggiare sulle linee ferroviarie. Le oltre 600.000 vetture costruite dalla Willys e dalla Ford, impegnate su tutti i campi di battaglia (fino alla guerra di Corea) ma anche in tutte le operazioni umanitarie, hanno lasciato numerosi esemplari marcianti che oggi i proprietari manutengono con la massima cura. Appena dopo la guerra però non fu così; chi aveva potuto impadronirsene le utilizzava per i lavori più gravosi. In campagna sostituivano i trattori, in cascina erano trasformate in argani, trasportavano di tutto, dalle macerie agli animali; trainavano improbabili rimorchi. Col tempo divennero un ambito pezzo storico e vennero vendute a prezzi sempre crescenti, anche se in cattivo stato. La Jeep, la mamma di tutti i fuoristrada, ancora oggi dà il suo nome a tutte le 4×4, i cosiddetti, maledetti, “gipponi”.

 

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